19. Mai 2008
2. Il balletto della glottodidattica
Posted by Étranger under diario | Schlagworte: glottodidattica, immersione, Luis Durnwalder, Luisa Gnecchi, scuole miste |
È imbarazzante e anche frustrante occuparci ancora della discussione sugli asili, sulle scuole e sull’insegnamento delle lingue in questa provincia formalmente plurilingue. Chi si prendesse la briga di ricostruire la vicenda delle proposte, dei progetti e delle sperimentazioni che in tutti questi anni hanno cercato di aggiornare un quadro normativo ancora inchiodato dallo spirito (più che dalla lettera) del famoso articolo 19 dello statuto d’autonomia, ne ricaverebbe un’immagine a dir poco sfocata. A fronte di alcune certezze incrollabili (come quella che stabilisce il diritto, per ogni gruppo linguistico, di usufruire di un intero curriculum scolastico nella madrelingua di riferimento) si possono evidenziare da un lato clamorose eccezioni o deroghe al sistema valido apparentemente per tutti (la scuola ladina non vi si attiene) e dall’altro una congerie di ipotesi su come salvare la capra dell’insegnamento nella madrelingua e i cavoli dell’innovazione glottodidattica.
Per sbrogliare questa matassa sarebbe già utile capire quello di cui si parla quando, per esempio, si afferma di volersi battere a favore (o contro) l’istituzione di “sezioni miste”, quando si evoca la panacea (o lo spettro) dell’“immersione”, oppure quando si ritiene di dover puntare in prospettiva alla costruzione di una scuola unica. È un fatto che ancora prima di riuscire a capire con sufficiente chiarezza quali siano i termini di tutte queste discussioni, si è nel frattempo sollevato un tale polverone polemico che nessuno ci capisce più niente. Effetto particolarmente inutile, visto che dopo qualche settimana ognuno è già pronto a riprendere da capo il filo del discorso interrotto per agitare di nuovo le medesime dispute di sempre.
Entriamo anche solo brevemente nel dettaglio. Quando Durnwalder sostiene che sarebbe favorevole a istituire delle sezioni “tedesche” negli asili o nelle scuole “italiane” non sta forse sostenendo il metodo classico dell’“immersione”, cioè propro quello che scardinerebbe alla radice la norma dell’insegnamento nella madrelingua riconosciuto ad ogni gruppo linguistico? Ma allora, se lui è disposto a compiere un passo del genere, come si spiega che sia poi contrario a proposte di portata sicuramente più modesta, tipo quella avanzata da Luisa Gnecchi che prevede, limitatamente alle scuole materne in lingua italiana, una compresenza di insegnanti delle due lingue in ogni sezione? La sensazione è quella di assistere a un balletto con un’orchestra che suona con due ritmi diversi. Oppure: qualcuno si mette a fischiare e l’altro gli risponde porgendogli un fiasco. In tutta questa confusione le famiglie si attrezzano come possono e cercano di inventarsi soluzioni spesso figlie dell’ansia. Purtroppo non c’è da stupirsi.
(Gabriele Di Luca)
19. Mai 2008 at 20:11
- L’esempio della scuola ladina è fuorviante, perché lo statuto di autonomia parla solo delle scuole tedesca ed italiana come scuole di madrelingua. L’articolo 19 contempla la scuola ladina come scuola paritetica. Tale modello dunque non può essere citato come eccezione o deroga allo stesso articolo.
- Se davvero ritentete che la proposta di Durnwalder sia più coraggiosa di quella della Gnecchi, perché non ci si mette al lavoro fin da subito per realizzarla?
- L’avversione del Landeshauptmann nei confronti del modello Gnecchi è presto spiegato: La SVP accetta i “salti” degli alunni tra una scuola e l’altra, fatto salvo il mantenimento delle scuole monolingui. Le sezioni tedesche nelle scuole italiane non sarebbero altro che l’istituzionalizzazione di questo percorso, ma non attirerebbero ragazzi tedeschi nelle scuole italiane. La scuola bilingue invece porrebbe il problema dell’indebolimento della minoranza. Che lo si giudichi “giusto” o “sbagliato”, certamente l’atteggiamento di Durnwalder è razionale e comprensibile.
20. Mai 2008 at 1:25
Rispondo a queste osservazioni sensate.
1. È verissimo. Lo statuto prevede che la scuola ladina sia organizzata mediante l’insegnamento paritario di materie in lingua italiana e tedesca. Ma ciò significa per l’appunto che il “sistema” definito valido per la tutela delle minoranze non viene applicato proprio nel caso della minoranza in teoria più bisognosa di tutela!!! Perché? Probabilmente (anzi: senza probabilmente) perché i ladini hanno fatto pesare un altro tipo di priorità. Ma ciò significa che è comunque possibile elaborare una legislazione più flessibile anche all’interno del Sudtirolo e che (in sostanza) ad ogni gruppo dovrebbe essere consentito di articolare un proprio progetto didattico in base a quelle che possono essere individuate come le proprie esigenze prioritarie.
2. Alla luce dello spirito (e stavolta anche della lettera) dello statuto d’autonomia ogni gruppo ha “diritto” ad effettuare l’insegnamento nella propria madrelingua. Impiantare una sezione in lingua tedesca negli asili o nelle scuole italiane rappresenta senza dubbio una proposta che potrebbe essere discussa più approfonditamente, ma è comunque anche una negazione abbastanza evidente del principio autonomistico sopra esposto (immaginati se la proposta venisse capovolta, richiedendo cioè la composizione di una classe “in italiano” nelle scuole tedesche, ammesso e non concesso che qualcuno ne facesse richiesta). In questo senso dicevo: se uno fa una proposta di questo tipo non può definire “contraria alle regole dell’autonomia” il progetto di creare sezioni utilizzanti la compresenza di insegnanti di L1 e l2 negli asili.
3. Soltanto marginalmente il progetto della Gnecchi “indebolirebbe la minoranza”. Infatti come offerta sarebbe certamente più moderata della possibilità che già c’è e che è sfruttata da molti genitori tedeschi: iscrivere i propri figli in asili italiani (praticando cioè una vera e propria immersione). Ti faccio un esempio affinché questo punto sia del tutto chiaro. A Bressanone, in entrambi gli asili di lingua italiana, si pratica il metodo della compresenza in due sezioni dell’ultimo anno. Bene. I genitori dei bambini “monolingui” (tedeschi) preferiscono lasciare i propri figli nelle sezioni dove non si pratica questo metodo per consentire loro un’esposizione maggiore alla lingua italiana (che nelle sezioni bilingui invece verrebbe “dimezzata”).
20. Mai 2008 at 9:42
Il progetto Gnecchi a mio avviso non ha grandi possibilità di successo (nel senso dei risultati didattici) perchè in quelle classi i bambini sarebbero comunque tutti italiani. E la lingua la si impara innanzi tutto mischiandosi, non tanto studiando le materie nell’altra lingua. Cosa che ha senso forse da più grandi.
) si creano da soli l’alternativa iscrivendo i figli alla scuola tedesca.
Il vero problema è quell’anacronistica (e a mio parere orrenda) visione per cui sin da bambini si debba per forza vivere separati. Non dico che si debbeno eliminare le scuole monolingui a favore di una scuola bilingue ma che si deve avere la possibilità di un’alternativa. Oggi quell’alternativa non c’è (è negata dalla SVP, con buona pace di Lucio) e quindi i “genitori ansiosi” come li chiama la Gnecchi (che avrà Lucio come consulente ?
Non sarà la soluzione migliore ma nemmeno quella peggiore. Almeno ha come risultato il fatto che i bambini possono finalmente stare assieme. La lingua d’insegnamento alla fine non è importante.
Insisto poi sul fatto che il problema asili è sorto in prevalenza per una questione pratica: molti genitori tedeschi si trovano senza posto perchè i posti sono occupati da bambini italiani. Ne sono sicuro perchè nell’asilo frequentato da mio figlio è andata proprio così. La cosa va avanti da anni. Poi la politica, a cui i genitori si non rivolti, ci ha messo la sua e ha trasformato la cosa in una questione etnica.
20. Mai 2008 at 12:22
Ho riformulato l’articolo così:
Soluzioni fuori dagli schemi
Sta divenendo sempre più imbarazzante e anche frustrante occuparsi della discussione sugli asili, sulle scuole e sull’insegnamento delle lingue in questa provincia formalmente plurilingue. Chi si prendesse la briga di ricostruire la vicenda delle proposte, dei progetti e delle sperimentazioni che in tutti questi anni hanno cercato di aggiornare un quadro normativo ancora inchiodato alla controversa interpretazione del famoso articolo 19 dello statuto d’autonomia, ne ricaverebbe un’immagine a dir poco sfocata. Da un lato l’orientamento di fondo, che stabilisce il diritto, per ogni gruppo linguistico, di usufruire di un intero curriculum scolastico nella madrelingua di riferimento. Dall’altro il problema di calibrare questa impostazione su esigenze diverse: da quella dei ladini (che di fatto possono contare su un sistema del tutto autonomo) a quella dei cosiddetti “mistilingue” (ai quali evidentemente una scuola basata sul monolinguismo va stretta) e degli “italiani” (ma anche dei “tedeschi”) che iscrivono i loro figli negli istituti dell’altro gruppo linguistico per favorire un approccio più radicale e intenso con la seconda lingua.
Di fronte a una situazione del genere diventa molto difficile riflettere serenamente su come salvare la capra dell’insegnamento nella madrelingua (e dunque conservare le prerogative di un’impostazione fondata sulla tutela della minoranza) e i cavoli dell’innovazione glottodidattica (che invece punta all’individualizzazione del processo formativo). Qui occorrerebbe davvero un grande sforzo di chiarezza, la capacità di sciogliere nodi che stringono in modo pernicioso considerazioni di ordine pedagogico e disposizioni che toccano aspetti giuridici, identitari e quindi in ultima istanza politici.
La sensazione però è che la politica non sia ancora preparata a confrontarsi con questo tipo di difficoltà. È evidente che un tema così sensibile si presta fin troppo bene a innescare periodicamente una convulsa ancorché statica lotta di posizioni divergenti ma spesso confuse e incapaci di arginare una condizione diffusa di ansia. Un primo passo per uscire da questa inopportuna situazione di stallo sarebbe intanto quella di fornire ai cittadini una descrizione quanto più definita delle soluzioni e dei modelli che è possibile adottare per contemperare sia le istanze di chi ritiene imprescindibile continuare a battere la strada del consolidamento della propria madrelingua, sia di chi invece propone di puntare a una diversificazione dell’offerta scolastica che non scardini il sistema esistente, ma lo renda soltanto più flessibile e in sintonia con una società che non si lascia più organizzare nei termini schematici validi in passato.